Tramedipensieri

Lo scritto non arrossisce.

Trecento parole

whitenowhere photo

 

***

Ho scritto trecento parole
molte sono evaporate

.volate sopra foglie
spigolate da bruchi

Ho scritto trecento parole
di cui la metà
ho dimenticato

.bugie senza senso
illusorie follie

.storie senza fine
lasciate a metà
in salita

.imbottigliate in ceste
piene di cimici
immuni di verità

Ho scritto trecento parole
venti vere
.importanti
.pilastri di me
Le ho curate
difese e amate

così continuano
a fare guida
sostegno di voci
.fidate

mM

.

 

 

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Le ragazze sono partite – L’emigrazione al femminile

 

La storia di ieri:

Le ragazze sono partite di Giacomo Mameli

 

In copertina una donna non più giovanissima, vestita di bianco, vezzosa gonna a pieghe, scarpe bianche eleganti, un bimbo in braccio, un altro, irreprensibilmente vestito da ometto al suo fianco.

 

E’ la storia, questa raccontata in poco più di 100 pagine da Giacomo, di una ascesa sociale, individuale e di gruppo. Di un riscatto, anche. L’escalation delle ragazze di paese, poverissime, partite dagli anni Cinquanta in poi dalla Sardegna agropastorale per “andare serve”- Sas Zèraccas in continente presso famiglie benestanti.

 

La partenza nel dolore dello strappo, la nostalgia dei luoghi e dell’infanzia: l’incontro di un mondo nuovo a volte cattivo.

La storia di Cecilia Melis, domestica a Cagliari dall’età di 12 anni, emigrò a Roma per lavorare in casa di De Quirico, ma naturalmente non sapeva chi fosse, e a chi le domandava dove prestava servizio rispondeva «a casa di un vecchio che dipinge». Peraltro Cecilia – affezionata all’anziano pittore, che le prestò a sua volta assistenza quando la ragazza, rimasta incinta di un tizio che non si sarebbe mai fatto vivo, andò in ospedale per partorire – continuò a vivere nella casa in piazza di Spagna insieme alla piccola Beatrice, che poi si laureerà in Storia dell’arte all’Accademia di Brera.

 

Storie di donne che cercano di darsi da fare per aiutare la famiglia, per un personale riscatto, per un allontanarsi dalla povera quotidianità.

E’ storia che si ripete attualmente con le migrazioni delle “badanti” dai paesi dell’est…

 

 

Le storie di oggi:

Come figlie, anzi

Come figlie, anzi – Giacomo Mameli

 

“…non si possono scordare le 12 storie delle badanti di questo libro, nome terribile dice Giacomo: «perché “badare” è un termine che si usa per gli animali: si bada a un cane, si bada alle bestie.

Se le migranti sarde erano quasi tutte analfabete, queste donne che arrivano per la maggiore dai paesi dell’est – ma anche da tutto il mondo (Brazile, Filippine) sono quasi tutte laureate, sanno le lingue, aggiustano tapparelle e lavandini che perdono, si adeguano a qualsivoglia lavoro.

Partendo da un livello di povertà di cui noi stentiamo a renderci conto. Le loro storie sono devastanti e illuminanti allo stesso tempo».

“Nel loro passato ci sono costanti drammatiche, per non dire tragiche: povertà, guerre, abusi psicologici e fisici, genitori non sempre di supporto, mariti alcolizzati e violenti.

Nel loro presente vige una sorta di magico contrappasso: in Italia trovano uno o più lavori, l’indipendenza, spesso un’accoglienza affettuosa e a volte anche la possibilità di una nuova relazione basata in primo luogo sul rispetto”.

E per questo “badare” alle persone anziane diventano “Come figlie, anzi…”.

*

E’ di Léopold Senghor, vero padre della patria, presidente del Senegal dal 1960 al 1980, uno dei più importanti intellettuali africani del XX secolo.

“la vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia.
Nella sua eredità spirituale.


Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere”.

 

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Il cielo apparecchia per tutti allo stesso modo

 

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It’s On

 

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george  duke trio

 

*

La contadina Clelia

Clelia Marchi aveva 74 anni quando arrivò a Pieve Santo Stefano da un paesino in provincia di Mantova, Poggio Rusco.

Clelia Marchi

Era il 1986, aveva preso il treno per Arezzo, poi la corriera, aveva le trecce attorcigliate ed era vestita a festa.
E il suo lenzuolo ce l’aveva sottobraccio, impacchettato. Era nata nel ’12 ed è morta nel 2006, dopo aver perso quattro figli su otto, dopo aver vissuto due guerre mondiali e la miseria.

Il 12 marzo 1972 perse suo marito, Anteo Benatti, in un incidente stradale e iniziò a scrivere un commosso e intimo diario su un lenzuolo matrimoniale del corredo, come atto d’amore verso il compagno di una vita.

Lenzula con parole ricamate
Clelia Marchi

 

“Non potevo più consumare le lenzuola con il marito, e allora ho pensato di adoperarle per scrivere” ripeteva. Nelle 185 righe del lenzuolo, in un italiano ricco di espressioni dialettali e di errori, Clelia raccontò la sua vita, la fatica, l’amore e il dolore.

Le righe del lenzuolo numerate una ad una per non perdere il filo leggendo.
Un’opera straordinaria divenuta simbolo dell’Archivio dei diari.
Al Lenzuolo è dedicata una stanza nel Piccolo museo del diario a Pieve Santo Stefano (Arezzo).

 

Clelia Marchi
Il tuo nome sulla neve

Clelia Marchi morì all’età di 93 anni, il 6 marzo 2006, nella casa di Poggio Rusco in cui aveva sempre vissuto.

da qui e poi qui: Le paroleelecose

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Un diario che. parla
avvolge il corpo
di parole
Così vivo il ricordo
.ora
per allora
.da sempre
fino alla fine

A Night Like This

***

caro  emerald

*

.cura l’estate

drop photography photo

 

***

 

 

«Sai che dice il Rig-Veda?
La bellezza sorprende ogni giudizio;
e l’amore non sa contare i giorni». 

 

-=o*o=-

 

Amici 
mi prendo del tempo

prima che l’estate trascorra
vorrei
(dovrei)
.sorridere ai giorni
leggere camminare
.e avere cura

Buona estate a tutti

.marta

 

*

 

Joseph Joseph

 

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Gypsy jazz – Hot Club du Nax

*

 

 

.mattino

kersti__k photo

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Il mattino
traccia il giorno

.definisce
figure con nomi
sotto sottili .dita
in attesa

il mattino
.cresce a mezzodì
.langue
il peso delle spalle
magre

il mattino
.lascia spazio
alla sera
smista i santi
.li conta

E’ un mattino che cede
.passi
silenziose tracce
di polvere antica

.dissolvenze
di terra che .spostano
il cielo
.lo cerca nell’ultima stella
a calar della notte

Il mattino
lascia tracce di volti.

mM

 

*

Cantu a Lairelellara, il canto di lavoro delle donne del sud Sardegna.

Il canto

 

Su mutettu (o mutetu o Trallallera) è una forma di improvvisazione poetica tipica della Sardegna meridionale, in lingua sarda campidanese (mentre al nord si hanno mutu e battorina, in logudorese). 

via Cantu a Lairelellara, il canto di lavoro delle donne del sud Sardegna.

 

– oooO*Ooo –

 

 

Dal bellissimo e interessente blog di Horone 
– Storie, leggende, poesie e musica della Sardegna –

 

Dedicato a…Marta e la sua Sardegna — LE LUNE DI SIBILLA

 

 

Qualche giorno fa mi è capitato per caso di leggere una bella leggenda sulla splendida terra sarda. Ve la riporto e la dedico a martaMara e al suo blog tramedipensieri IL GOLFO DEGLI ANGELI E LA SELLA DEL DIAVOLO – CAGLIARI “Gli angeli notarono dal cielo che un’incantevole isola stava emergendo dal mare, sembrava una perla […]

via Dedicato a…Marta e la sua Sardegna — LE LUNE DI SIBILLA

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