Tramedipensieri

Lo scritto non arrossisce.

Categoria: Blog

Ci vediamo stasera — Un cielo vispo di stelle

“Era finita? Si chiese Joe. Era questo che Sara stava cercando di dirgli? Rimase in silenzio. Lasciò che andasse avanti a parlare. Una folata di vento improvvisa agitò i fiori nei vasi e sollevò delle foglie in cortile. Sara parlava, il vento soffiava, le foglie frusciavano. Lui solo udiva il loro rumore.” [da Ci […]

via Ci vediamo stasera — Un cielo vispo di stelle

 

Auguri a Paolo Beretta per questa interessante esperienza nel mondo della scrittura.
Un pò come uscire dalla scuola del blog e intraprendere un nuovo, spero soprattutto entusiasmante, viaggio di crescita continua e meraviglia.

Savriti – Cantico d’amore

Autore: Soleandro
canta: Mattia Murru
(base musicale di Perfect Ed Sheeran)

***

A volte penso se tu fossi stata Madre,
quando mi allontano da te lasciandoti sola.
Il pensiero di una vita senza te
mi uccide.

Guarda in cielo e scegliti la più bella,
fai scendere una stella,
ad illuminare ancora la mia vita.

Meravigliosa mia sposa,
fresca come foglie di rosa,
quanta bellezza, dentro te.

Chiudi, chiudi gli occhi anche tu e muori insieme a me,
ho il cuore freddo, freddo che ora sembra neve,
tienimi la mano, perché sto vedendo l’anima,
quanto è bella e perfetta… la Supermente.

Di mandorlo in fiore profuma l’aria…
e tu sei il frutto del vero Amore.
La luna è gentile al respiro del Sole,
tu abbraccia la Terra di Grazia Divina…

Guarda in cielo e scegliti la più bella,
fai scendere una stella,
ad illuminare ancora la mia vita.

Meravigliosa mia sposa,
fresca come foglie di rosa,
quanta bellezza, dentro te.

Chiudi, chiudi gli occhi anche tu e muori insieme a me,
ho il cuore freddo, freddo che ora sembra neve,
tienimi la mano, perché sto vedendo l’anima,
quanto è bella e perfetta… la Supermente.

Traduzione: “Savriti (cantico d’amore)”di A. Pilo

.auguri

Buone festività, auguri a tutti di nascita e di ri.nascita

 

Prime prove d’acqua

 

Sentire il sole
Come voce di padre
Calda carezza

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Grazie a tutti della compagnia: per le letture, i messaggi e le condivisioni.

Buon tempo

 

*

Dèferlante

 

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renè  aubry

 

 

Tacere il proprio silenzio – Antonio Devicienti

Vi invito a leggere (e scaricare)

dal blog della Dimora del tempo sospeso – Quaderno delle Officine un intessante pensiero di

Antonio Devicienti

Tacere Il proprio silenzio

 

***

“… Il silenzio è, in realtà, il basso continuo dell’esistere …”

 

FM Gulmen photo

 

“Ma il silenzio non è semplicemente assenza del suono (o del rumore) (il silenzio può essere anche presente con e dentro il suono) – silenzio è lo stato di grazia della mente che, docilmente cedendo al ritmo del mondo (notte e giorno, freddo e caldo, inspirazione ed espirazione, sistole e diastole), genera il pensiero.”

 

*

Il silenzio si fa nido.

 

 

Supereroi — Nessuno dice libera

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© 2016 Sir Mehedi

 

 

“Sai qual è il punto di non ritorno della malattia?” “No.”

 

via Supereroi — Nessuno dice libera

Renegades

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X Ambassadors

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Scappa con me
anime perse in un sogno
correndo liberi e come pazzi

Le ragazze sono partite – L’emigrazione al femminile

 

La storia di ieri:

Le ragazze sono partite di Giacomo Mameli

 

In copertina una donna non più giovanissima, vestita di bianco, vezzosa gonna a pieghe, scarpe bianche eleganti, un bimbo in braccio, un altro, irreprensibilmente vestito da ometto al suo fianco.

 

E’ la storia, questa raccontata in poco più di 100 pagine da Giacomo, di una ascesa sociale, individuale e di gruppo. Di un riscatto, anche. L’escalation delle ragazze di paese, poverissime, partite dagli anni Cinquanta in poi dalla Sardegna agropastorale per “andare serve”- Sas Zèraccas in continente presso famiglie benestanti.

 

La partenza nel dolore dello strappo, la nostalgia dei luoghi e dell’infanzia: l’incontro di un mondo nuovo a volte cattivo.

La storia di Cecilia Melis, domestica a Cagliari dall’età di 12 anni, emigrò a Roma per lavorare in casa di De Quirico, ma naturalmente non sapeva chi fosse, e a chi le domandava dove prestava servizio rispondeva «a casa di un vecchio che dipinge». Peraltro Cecilia – affezionata all’anziano pittore, che le prestò a sua volta assistenza quando la ragazza, rimasta incinta di un tizio che non si sarebbe mai fatto vivo, andò in ospedale per partorire – continuò a vivere nella casa in piazza di Spagna insieme alla piccola Beatrice, che poi si laureerà in Storia dell’arte all’Accademia di Brera.

 

Storie di donne che cercano di darsi da fare per aiutare la famiglia, per un personale riscatto, per un allontanarsi dalla povera quotidianità.

E’ storia che si ripete attualmente con le migrazioni delle “badanti” dai paesi dell’est…

 

 

Le storie di oggi:

Come figlie, anzi

Come figlie, anzi – Giacomo Mameli

 

“…non si possono scordare le 12 storie delle badanti di questo libro, nome terribile dice Giacomo: «perché “badare” è un termine che si usa per gli animali: si bada a un cane, si bada alle bestie.

Se le migranti sarde erano quasi tutte analfabete, queste donne che arrivano per la maggiore dai paesi dell’est – ma anche da tutto il mondo (Brazile, Filippine) sono quasi tutte laureate, sanno le lingue, aggiustano tapparelle e lavandini che perdono, si adeguano a qualsivoglia lavoro.

Partendo da un livello di povertà di cui noi stentiamo a renderci conto. Le loro storie sono devastanti e illuminanti allo stesso tempo».

“Nel loro passato ci sono costanti drammatiche, per non dire tragiche: povertà, guerre, abusi psicologici e fisici, genitori non sempre di supporto, mariti alcolizzati e violenti.

Nel loro presente vige una sorta di magico contrappasso: in Italia trovano uno o più lavori, l’indipendenza, spesso un’accoglienza affettuosa e a volte anche la possibilità di una nuova relazione basata in primo luogo sul rispetto”.

E per questo “badare” alle persone anziane diventano “Come figlie, anzi…”.

*

E’ di Léopold Senghor, vero padre della patria, presidente del Senegal dal 1960 al 1980, uno dei più importanti intellettuali africani del XX secolo.

“la vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia.
Nella sua eredità spirituale.


Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere”.

 

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Il cielo apparecchia per tutti allo stesso modo

 

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It’s On

 

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george  duke trio

 

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La contadina Clelia

Clelia Marchi aveva 74 anni quando arrivò a Pieve Santo Stefano da un paesino in provincia di Mantova, Poggio Rusco.

Clelia Marchi

Era il 1986, aveva preso il treno per Arezzo, poi la corriera, aveva le trecce attorcigliate ed era vestita a festa.
E il suo lenzuolo ce l’aveva sottobraccio, impacchettato. Era nata nel ’12 ed è morta nel 2006, dopo aver perso quattro figli su otto, dopo aver vissuto due guerre mondiali e la miseria.

Il 12 marzo 1972 perse suo marito, Anteo Benatti, in un incidente stradale e iniziò a scrivere un commosso e intimo diario su un lenzuolo matrimoniale del corredo, come atto d’amore verso il compagno di una vita.

Lenzula con parole ricamate
Clelia Marchi

 

“Non potevo più consumare le lenzuola con il marito, e allora ho pensato di adoperarle per scrivere” ripeteva. Nelle 185 righe del lenzuolo, in un italiano ricco di espressioni dialettali e di errori, Clelia raccontò la sua vita, la fatica, l’amore e il dolore.

Le righe del lenzuolo numerate una ad una per non perdere il filo leggendo.
Un’opera straordinaria divenuta simbolo dell’Archivio dei diari.
Al Lenzuolo è dedicata una stanza nel Piccolo museo del diario a Pieve Santo Stefano (Arezzo).

 

Clelia Marchi
Il tuo nome sulla neve

Clelia Marchi morì all’età di 93 anni, il 6 marzo 2006, nella casa di Poggio Rusco in cui aveva sempre vissuto.

da qui e poi qui: Le paroleelecose

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Un diario che. parla
avvolge il corpo
di parole
Così vivo il ricordo
.ora
per allora
.da sempre
fino alla fine

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