Tramedipensieri

Lo scritto non arrossisce.

Tag: Giornata della memoria

Campo dei fiori

 

 

By Vice su flickr

 

A Roma in Campo dei Fiori
Ceste di olive e limoni,
Spruzzi di vino per terra
E frammenti di fiori.
Rosati frutti di mare
Vengono sparsi sui banchi,
Bracciate d’uva nera
Sulle pesche vellutate.

Proprio qui, su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno.
Il boia accese la fiamma
Fra la marmaglia curiosa.
E non appena spenta la fiamma,
Ecco di nuovo piene le taverne.
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.

Mi ricordai di Campo dei Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d’aprile,
Al suono d’una musica allegra.
Le salve dal muro del ghetto
Soffocava l’allegra melodia
E le coppie si levavano
Alte nel cielo sereno.

Il vento dalle case in fiamme
Portava neri aquiloni,
La gente in corsa sulle giostre
Acchiappava i fiocchi nell’aria.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Rideva allegra la folla
Nella bella domenica di Varsavia.

Qualcuno forse ne trarrà la morale
Che il popolo di Varsavia o Roma
Commercia, si diverte, ama
Indifferente ai roghi dei martiri.
Altri ne trarrà la morale
Sulla fugacità delle cose umane,
Sull’oblio che cresce
Prima che la fiamma si spenga.

Eppure io allora pensavo
Alla solitudine di chi muore.
Al fatto che quando Giordano
Salì sul patibolo
Non trovò nella lingua umana
Neppure un’espressione
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.

Rieccoli a tracannare vino
A vendere bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Portavano un gaio brusìo.
Ed egli già distava da loro
Come fossero secoli,
Essi attesero appena
Il suo levarsi nel fuoco.

E questi, morenti, soli,
Già dimenticati dal mondo,
La loro lingua ci è estranea
Come lingua di antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo molti anni
Su un nuovo Campo dei Fiori
La parola del poeta accenderà la rivolta.

Czesław Miłosz
Varsavia, Pasqua 1943

Ci sarà il telefono ad Auschwitz?

Le lettere di Himmler alla moglie: “Spero che ad Auschwitz ci sia il telefono”
Pubblicate 700 missive del carteggio del capo delle SS con Margarete Siegroth. Ossessione antisemita, ma soprattutto i toni di agghiacciante leggerezza con cui il gerarca nazista attraversava l’Olocausto.
“Povera cara, a causa dei soldi devi farti spellare da questi miserabili ebrei”, scriveva il futuro capo delle SS il 16 aprile 1928 a Marga, con la quale si sarebbe sposato qualche mese dopo e che prima delle nozze aveva ceduto le sue azioni di una clinica berlinese all’altro comproprietario ebreo Bernhard Hauschild. “Questo Hauschild, un ebreo rimane un ebreo!”, scriveva Marga il 21 maggio 1928, ottenendo come risposta un invito a non prendersela troppo. “Non ti arrabbiare con gli ebrei”, le rispondeva un mese dopo Himmler, aggiungendo che sull’argomento “potrei solo sostenerti, brava donna”. Quando il marito il 9 novembre 1938 aveva già dato l’ordine di esecuzione dei pogrom contro gli ebrei e i loro negozi e sinagoghe in moltissime città tedesche, passato alla storia come la ‘notte dei cristalli’, Marga annotava nel suo diario il 14 novembre: “Questa storia degli ebrei… Quando ci lasceranno queste canaglie, in modo da poter condurre una vita felice?”.

In viaggio verso Auschwitz come se andasse in gita di piacere. E’ lo spirito che traspare da alcune delle 700 lettere private scritte dal capo delle SS alla moglie Margarete Siegroth (Marga) dal 1927 fino a cinque settimane prima del suo suicidio nel 1945, Heinrich Himmler si recava in visita di ispezione al campo di sterminio. Il tono e il contenuto del carteggio – a parte la vera ossessione antisemita che accomunava i coniugi – lasciano inorriditi per il tono di leggerezza e assoluta normalità con cui sia il capo delle SS che la sua Marga attraversavano e vivevano l’olocausto.

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