L’incontro… con il “noi”.

di tramedipensieri

Patrick Taberna

Cabras era una cittadina di novemila anime, un numero di tutto rispetto considerando la media sotto i tremila dei paesi vicini. Maurizio vi passava le vacanze dai nonni. E la sua vita si svolgeva per lo più per la strada; nella stessa strada dove si diventa davvero fratelli.

Non ci voleva molto, in effetti. Bastava adattarsi a quella cosa del “noi”, una parola che tutte le bocche reclinavano in continuazione come se fosse la spiegazione stessa del mondo.
A Maurizio non veniva facile dire “noi” perchè non c’è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di sè stesso.
A Cabras col “noi”, invece, bisognava farci i conti, perchè i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sè al plurale con ronzante fluidità di uno sciame d’api intorno all’alveare.
“Come siamo diventati grandi!” diceva per esempio l’amica di sua nonna.
“Mi raccomando Maurì, comportiamoci bene e stiamo attenti!” diceva suo nonno.
Ma era soprattutto dagli altri ragazzi che Maurizio sentiva usare il noi con quell’accezione densa, piena di respiri comuni.
Non ci diamo proprio per vinti, eh?” gli diceva Giulio, un suo amico, mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l’ennesiva volta la mira sulla lattina vuota poggiata sull’argine dello stagno. Maurizio aveva distratto gli occhi dal bersaglio e lo aveva fissato negli occhi. A diventare amico di Giulio ci aveva impiegato più di dieci giorni, e ora rischiava di giocarsi tutto in un istante. Con il cuore che gli batteva forte dalla paura di sbagliare, aveva mormorato spavaldo:
“Non siamo mica gente che si arrende, noi!”
Giulio a quel punto gli aveva sorriso e poi il sasso, lanciato dalla fionda, era andato dritto alla lattina.
Giulio, incredulo, lo aveva applaudito forte.

Era stato in quel momento che Maurizio aveva smesso di chiedersi cosa volesse dire “noi” a Cabras.
Non era un pronome come negli altri posti, ma la cittadinanza di una patria tacita dove tutto il tempo condiviso si declinava così, al presente plurale.

Michela Murgia da “L’incontro”