Tramedipensieri

Lo scritto non arrossisce.

Noi.

Stefania Sergi

Gli altri siamo noi.

Non faccio nomi, quelli sono noti a tutti.

La civiltà di un popolo si misura da come si riesce a garantire i diritti dei più deboli.

Blast

Marcus Miller

 

 

Antonia Pozzi – Parole

 Antonia Pozzi:  una delle poche grandi voci poetiche femminili del primo Novecento italiano.

Questa giovane donna frequenta gli ambienti culturalmente più vivi della Milano degli anni Venti e Trenta, tra le lezioni di Banfi e quelle di Dino Formaggio, è un’appassionata di montagna e di alpinismo, sfida le regole di una famiglia un po’ conservatrice come la sua, dominata dalla figura del padre, quando da giovane sui banchi del Liceo si innamora, corrisposta, del professor Antonio Maria Cervi, eppure la sua figura è rimasta per molto tempo in attesa di un risarcimento, almeno per quanto riguarda la verità della sua ricerca umana, del suo sentire, del suo tormentato rapporto tra il suo mondo interiore e la realtà. Da “Parole”:

“Se le mie parole potessero

esser offerte a qualcuno

questa pagina

porterebbe il suo nome”.

Nel 1930 si iscrive alla facoltà di lettere dell’università statale di Milano. La sua disponibilità economica permette loro di avere dall’estero i migliori frutti della cultura europea e americana, i libri  all’indice proibiti dal fascismo.

La sua tesi sarà  Flaubert.

A testimonianza delle difficoltà familiari incontrate quando diventa esplicita la storia d’amore  scrive: 11 gennaio 1930 –  “Nessuno, sai io penso nessuno, nemmeno il padre e la madre, hanno il diritto di troncare le strade di due anime: e se queste due strade si congiungono , se queste due anime non sono che una vita, nessuno ha il diritto, nessuno deve avere il potere di dividerle”.

Sono evidenti i contrasti con la famiglia, in particolare con il padre, il cui ritratto è tentato in una lettera seguente:

“ Io non ti ho mai parlato del mio papà, Antonello. Ma è tanto buono, sai: anche se non vive come te, anche se la vita gli ha imposto una professione diversa da quella per la quale egli era nato. Io ho tante colpe verso di lui: non gli ho mai voluto abbastanza bene; ne ho sempre avuto terribilmente paura”.

Nel 1931, dove è stata mandata per un soggiorno studio con l’intento di allontanarla da Cervi, scrive…. “Da cinque giorni sono qui e mi sembra che sia tanto tempo, un incalcolabile tempo. Tutte le cose che ho lasciato sono lontane lontane; non sono più presenti e non sono ancora diventate ricordo. Di vivo, di concreto, non ho che te, nel cuore…”..

…comincia la fase del distacco, e si avvia alla fine di quest’amore:

…” ti sono apparsa come la primavera e invece ho tutta la povertà dell’inverno nella mia anima grigia. (13-2-’32)….Io non credo a quello che credi tu, lo sai….Io non cerco Dio perché non sento il bisogno di cercarlo; perché credo che la mia vita può essere moralissima anche se io faccio le cose per se stesse e non perché Dio lo vuole….

Scrive al suo amico e poeta  Tullio Gadenz “la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia  e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare.  La poesia è una catarsi del dolore, come l’immensità della morte è una catarsi della vita..”…

A V. Sereni  Antonia confida:  “Le basi del sentimento di Remo erano una gran compassione e una grande tenerezza che, sommate, non si possono chiamare amore…Io so di rappresentare per lui solo un aspetto – e un aspetto non grande – della vita. So.. ch’egli desidera di mantenere solo un’amicizia e non altro: ma non gliene faccio un rimprovero. Se lui è stato ed è ancora l’assoluto per me, non posso pretendere di essere l’assoluto per lui…Non domando niente: so che non ho il diritto di domandare niente. Ecco tutto”.

Antonia, trovata morta a 26 anni, nuda, in un fosso gelato della campagna milanese, il 3 dicembre 1938, troppi barbiturici, nonostante la famiglia, appartenente all’alta borghesia mitighi lo scandalo attribuendo la morte a polmonite.

La vertigine che tanto temeva forse alla fine l’ ha sopraffatta, e il baratro, che si presenta a chi legge i suoi pensieri, atterrisce, e dileguano i colori, tranne il pallido della sua carne e il buio di orridi silenzi e il rosso del sangue e di una vela per navigarvi… La “disperazione mortale”, di cui parlava nel tuo biglietto d’addio, era già manifesta nelle sue parole, come le ultime righe di ” Solitudine”…

“No: sono sola. Sola mi rannicchio

 sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo

Antonia Pozzi

 che, invece di una fronte indolenzita,

io sto baciando come una demente

 la pelle tesa delle mie ginocchia.”

L’inciampo

La vera via corre lungo una corda, che non è tesa in alto, ma appena sopra il terreno.

Sembra più destinata a far inciampare, che ad essere percorsa.

Franz Kafka

Der Ohrensessel

Su un filo

August Macke

Ma poi, un mattino, in piedi sulla riva del fiume argentato, il vecchio cieco gli disse: “Yuko, tu sarai completo come poeta solo quando nella tua scrittura fonderai nozioni di pittura, di calligrafia di musica e di danza. E, soprattutto, quando padroneggerai l’arte del funambolo”.
Yuco sorrise. Il maestro non aveva dimenticato.
“Perchè mai dovrebbe giovarmi l’arte del funambolo?”
Soseki poggiò una mano sulla spalla del giovane, come aveva fatto un mese prima.

“Perchè? In verità il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta.
Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio,aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto.
No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai,neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione.
In verità, il difficile è diventare funambolo della parola.
Maxence Fermine
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: